Vinattieri nasce il 2 Novembre 1956 nella popolosa frazione signese di di San Mauro, già paese natale dello scultore Alimondo Ciampi. I suoi, di famiglia contadina, lavorano nell’artigianato della paglia, ancora fiorente in quell’angolo dell’agro signese in riva al Bisenzio. E’ un ragazzo sensibile ma anche di una ceerta esuberanza; non facile, come la maggior parte dei coetanei, ad essere irregimentato.
Così dopo le elementari viene messo in un collegio a Empoli, dove conseguirà la licenza media, dimostrando buona disposizione alla manualità e alle materie artistiche.
Per tali interessi, nel 1970 s’iscriverà all’Istituto d’Arte di Porta Romana, frequentando le lezioni del pittore Riccardo Guarneri ma usufruendo anche dell’apporto interdisciplinare di Marcello Guasti scultore, mentre le lezioni dello storico Renzo Federici saranno, per chiara intelligenza espositiva, preziosi strumenti d’approccio all’arte moderna e contemporanea.

Altro proficuo insegnamento proverrà da Luisella Bernardini, che sensibilizzerà lo studente alla conoscenza degli impressionisti e dei successivi artisti europei. Da ciò l’esigenza di conoscere dal vivo le loro opere, compiendo a diciotto anni, nel 1974, centenario della nascita dell’impressionismo, un viaggio in solitario a Parigi.
oltre che dai maestri di quel movimento, la sua impetuosa natura subisce un’attrazione fatale davanti alla tempesta coloristica di Van Gogh.
Quel viaggio alle radici dell’arte moderna costituì per Vinattieri uno stimolo di ricerca verso forme espressive fuori dalle convenzioni della pittura toscana, accendendogli una febbre nuova i cui risultati sfoceranno l’anno seguente, dopo aver conseguito la maturità nelle “arti applicate”, in un paio di mostre personali alle gallerie fiorentine Guelfa e Ghibellina.

L’adolescente, 1975
Autoritratto al cavalletto, 1975
Ritratto a braccia conserte, 1976

L’adolescente del ’75 fornisce un esempio del livello raggiunto. Un’opera già allineata ai canoni europei, realizzata con una fluidità d’impasti e di accordi cromatici dai quali trapelano suggerimenti di Soutine e di Matisse, senza però uniformarsi ai modi di quei maestri. Così come l’Autoritratto al cavalletto dipinto a venti anno nell’anno successivo, costruito secondo un linguaggio di larghe campiture che mostra interesse per una s’intesi d’area matissiana pre-fauve. Sintesi che dilaga in numerose figure femminili come il Ritratto a braccia conserte del ’76 (in collezione Monte dei Paschi di Siena), preludio a un lungo periodo di fervide accensioni cromatiche su cui il giovane artista imposterà anche particolari concezioni di paesaggi: cocenti alberi e terre stagliati sulla marina, o elementi talvolta minimi di campi e di piante tracciati con ocre rossigne su toppe d’eguale respiro tonale. Risultati, per concezione e sintesi, che rimangono tra gli esiti più alti della sua pittura.

Intanto il giovane frequenta anche il biennio integrativo necessario per accedere all’università. Amante degli animali, nel ’76 s’iscriverà a Medicina Veterinaria ma dopo aver superato i primi esami l’abbandonerà nell’anno successivo.
La pittura torna ad occuparlo stabilmente e partecipa a numerosi concorsi ed esposizioni collettive. Frequenta l’ambiente artistico delle Signe formato da giovani della sua generazione, come Piero Bargellini ed Emilio Carvelli, e da più anziani intellettuali e pittori come il critico Ugo Fortini, il venerato maestro Alvaro Cartei – imprescindibile punto di riferimento per i giovani del luogo – e Gigi Bruscaglioni, con il quale inizia un sodalizio artistico ed umano spezzato un ventennio più tardi dalla scomparsa prematura di questi. Periodo, come ricorda Vinattieri, prolifico per ‹‹confronti, insegnamenti, scuola di cultura e di vita››.
Con il gruppo degli artisti signesi esporrà in varie mostre tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta.
Nell’estate 1981 ter una mostra personale nella suggestione senza tempo dell’Abbazia di san Galgano, che farà conoscere il giovane artista ad un più vasto pubblico.
Di tale periodo è qui pubblicata un’opera, Luce d’estate, la cui influenza fauve, matissiana, viene personalizzata dal peculiare uso del rosso e del giallo, colori con i quali Vinattieri continua con accesa febbre cromatica a creare suggestioni di ambienti e figure. Un periodo ricco di risultati, i quali daranno all’artista una prima inconfondibile fisionomia.

(nella foto: Luce d’estate, 1980)

Al di là della necessità di confronto nel cenacolo signese (che non di rado compiva trasferte di riflessione e di lavoro a Vicchio, nella casa dell’amico Bruscaglioni), l’indole dell’artista propende alla ricerca solitaria, ad un monologo interiore stimolato dalle suggestioni dei grandi maestri del Novecento.
Nell’ultimo decennio del secolo questo intenso lavoro di ricerca, punteggiato da varie esposizioni individuali e collettivo )nel ’93 e nel ’95 esporrà in due personali al Centro Arti Figurative di Empoli, e in una a Bologna), s’intensificherà attraverso numerosi viaggi in Europa, dove nei musei e nelle grandi mostre studierà opere di Cézanne e Poussin, di Vermeer e Chardin, di Matisse e Braque, di Klee e dell’amato van Gogh, fino alle attrazioni – che suggeriranno approfondimenti nuovi – per Music e Morandi.

Suggestioni di cui recano memoria opere della seconda metà degli anni Novanta, come gli interni davanti alla finestra, dove prevale la visione matissiana dei Pesci Rossi, ovvero il riferimento della finestra come elemento di rapporto tra oggetti dislocati in una stanza e spazio esterno.
Composizioni dove prevalgono tessiture formali ottenute per essenza di luce e poeticità del colore, in cui gli oggetti appaiono come rarefatti, svincolai dal loro reali peso e volume.
Oltre a queste figurazioni permane la poetica del paesaggio; un elemento che da sempre facea parte dell’umana sostanza di Vinattieri, nato e cresciuto in campagna, ma in parte perduto negli anni della prima maturità, quando si era inurbato nel capoluogo (Signa), poi recuperato andando ad abitare nel borgo collinare di Artimino, al cospetto dei grandi spazi e delle suggestioni del passato, da quelle etrusche alle rinascimentali.

(nella foto: Pesci rossi)

Paese, 1997
Collina, 1999
Artimino, 2006

Il tema del paesaggio, ampiamento trattato nel periodo “giallo – rosso”, si trasformò nell’ultimo decennio del secolo in multicolori vibrazioni stese a taches, nelle quali la storica dell’arte Roberta Barsanti rilevò, nel nuovo ‹‹equilibrio delle tonalità cromatiche […], cadenze di controllata musicalità, secondo l’abile regia di una pennellata vibrante e ben decisa a dominare il conflitto fra la ragione e l’istinto››.
Si preparava, con quelle concezioni costruttive, una visione che dal figurativo andava verso l’astrazione. Ma un’astrazione impostata sui canoni inalienabili della natura, secondo l’enunciazione di Fautrier, dove tutto, attraverso la suggestività della materia e del colore, tornava riconoscibile in una percezione di poetica oggettività.
Ugo Fortini, sodale dell’artista nei cenacoli signesi, aveva ravvisato in tale ‹‹poetica raffinata e urgente, incalcata nelle sospensioni liriche e preziose dei colori stesi ritmicamente come arpeggi a toni bassi dai riflessi pietrigni o in gradi di più alta intensità che s’inabissano nella materia magra […], quel soffio febbrile d’insaziata pulsione creativa, l’incaduca smania pittorica che gli ha più di ogni altra cosa indirizzata la vita››.

Ma un’altra cosa oltre alla ‹‹smania pittorica››, stava indirizzando la vita di Massimo Vinattieri: la necessità della solitudine e del silenzio. Lo fece Cézanne, transfuga da Parigi, rifugiandosi in volontario esilio nella sua Aix en Provence.
Lo chiese Soffici, anch’egli reduce dal turbinio della Ville Lumière, che sull’esempio del suo modello Cézanne aveva individuato nella campagna di Poggio a Caiano l’ideale isolamento per riflettere e lavorare.
E silenzio intorno al suo fare creativo lo ha voluto Filippo Dobrilla, giovane scultore ritiratosi in compagnia di capre ed altri animali sulle isolate pendici del monte Giovi.
Ma a Vinattieri la solitudine sembrava non bastare mai. Già verso la metà degli anni Novanta l’isolato e poetico borgo di Artimino non appariva più adeguato ai desideri di d’isolamento e pace.
Anche l’amore per i cani, e per poderosi mastini napoletani in particolare, lo spingeva a cercare un ampio spazio più addentro alla natura.

(nella foto: La luce che entra, 2010)

Scovata tra quei medesimi boschi un’antica colonica ridotta a rudere, l’aveva restaurata di sua mano, e con la moglie, due figli piccoli e i suoi molossi era andato ad abitarci. Un lavoro enorme, dispendio di concentrazione e d’energie sottratte all’arte. Non pago, nei primi anni del nuovo secolo, seguendo forse la traccia della Quintia, strada romana (o etrusca?), s’imbatterà in alcune muraglie misteriose (risultate dopo accurate ricerche topografiche essere i resti di un torrione medievale),infrascate tra le pieghe collinari sotto l’antica abbazia di San Martino in Campo, al confine fra Carmignano e Capraia Fiorentina, se ne innamora e, con autentico spirito francescano, comincerà l’opera di restauro. Un lavoro sovrumano, ancor più lungo e faticoso dell’a altro, nuovo sacrificio e nuova sospensione della pittura sopportati in nome di un assoluto isolamento tra la natura. Murare era d’altronde divenuto il suo mestiere, dopo gli studi artistici e l’interruzione di quelli veterinari.
Un mestiere svolto per vivere, ma che sarà tormento segreto e costante per la consapevolezza di una perdita culturale; regressione angosciante di quello stesso linguaggio e pensiero che da sempre, a tempo pieno, erano stati stimolo alla sua creatività, affinati nel tempo attraverso lo studio e il dibattito. Cesura drammatica, causa di sofferenze riservate, indicibili.

Il posto delle tombe, 2008
Senza titolo, 2007

Queste le parole che il poeta Dino Campana confidò un giorno a Luigi Bartolini incisore: ‹‹Io do alla società umana alcune delle mie ore; io do alquanta della mia forza fisica affinché la società mi renda pane e requie. Per il resto, io penso di vivere a mio modo, nel mio mondo››.
Parole consapevoli del sacrificio della propria poesia, strappata a fatica dal dibattere quotidiano. Pur estimatore di Campana, non saprei se Vinattieri è a conoscenza di quell’umana confessione; spero di sì, per suo, nostro – almeno parziale – conforto.
Nell’ultimo anno del secolo venne a mancare Gigi Bruscaglioni. L’anno precedente avevano esposto insieme in varie località della Germania. Un’esperienza unica, indimenticabile, il cui ricordo acuirà il vuoto lasciato dall’amico precocemente scomparso.

Per la sensibilità di Massimo, già messa a dura prova da altre circostanze,quella morte avrà un effetto destabilizzante. Privato di quel principale punto di riferimento, l’artista cade in uno stato di scoramento che appannerà per alcuni anni la volontà di dipingere.
Solo col girare del secolo ritroverà il senso dell’arte, ma unicamente attraverso la scultura, materia già trattata saltuariamente in varie esperienze giovanili. Eseguirà diverse opere su commissione, alcune in bronzo a cera persa e altre in terracotta, tra cui nudi femminili a grandezza naturale.
Numerosi ritratti in gesso e in bronzo degli amatissimi mastini, in cui l’artista e intenditore riversa la sua acuta capacità d’osservazione, restituendo quella gravezza pensosa che esprime la ieraticità ineffabile della loro razza.
Nel 2004 l’artista supererà definitivamente il periodo depressivo, riprendendo con determinazione il filo della pittura e aggiudicandosi due anni dopo la seconda piazza del prestigioso Premio Firenze.

(nella foto: n. 1539, 2014)

L’artista affronta la ripresa riannodando il filo con le ultime composizioni, ma tra il 2005 e il 2006l le taches cromatiche alludenti a oggetti e paesaggi che prima dominavano la tela, iniziano a minimizzarsi calando sul basso orizzonte del quadro, mentre sui tre quarti del dipinto prende a campeggiare il vuoto. Sembrava che, il quella rarefazione di elementi il Vinattieri già allievo di Guarneri si calasse nei diafani “silenzi” del maestro, in quegli spazi solcati da minime desinenze cromatiche, impercettibili ed evanescenti, che al caustico Sergio Scatizzi facevano esclamare: ‹‹Se ci sei batti un colpo!››.
Ma nelle composizioni dell’allievo campeggiava addirittura il vuoto. Un vuoto, potremmo dire, che sembrava riflettere lo smarrimento esistenziale dell’artista.
Su quelle spazialità dominate da pure opalescenza, i tasselli cromatici che appena emergevano dal basso parevano supporti in attesa di nuove architetture.
La mostra antologica di cento opere tenuta nel 2007 ad Ascoli Piceno, e un’altra personale a Firenze l’anno dopo, si fermavano a quelle aspettative.
Sintomi di una stasi, o forse di una crisi, ma se di questa si trattava era crisi di crescenza. La poesia arrivava comunque, anche attraverso delicate astrazioni ottenute sulla carta tramite “macchie” di caffè: ocre suggestive che ricordavano quelle di Quinto Marini ottenute con il “liquido di stufa”.
Ma un biennio dopo, nella mostra romana di via Margutta, già trapelavano i ributti di un’ulteriore fioritura. I lavori presentati vertevano su assonanze di colori già sperimentate, che ora si ergevano conquistando lo spazio al fondo chiaro fino allora predominante.
(nella foto: n. 1535, 2014)

Motivi talvolta spogli o quasi di materia; granulosità, accordi evanescenti; lacerazioni concentrate in un ventaglio di elementi stagliati sui fondali non dimentichi delle loro suggestive trasparenze, ed ora interagenti in congruo rapporto con la spazialità del quadro, evidenziando astrazioni liriche di grande suggestione. Non di rado riaffioravano innamoramenti, omaggi o tributi, che cromaticamente riportavano memorie di Music e di Morandi.
Erano questi i risultati cui dicevamo, dai quali si sono poi sviluppati i frutti di uno spazio reinventato, e che felicemente proseguono nella libertà del riscatto esistenziale finalmente conquistato dall’artista.

Idillio a Pietramarina, 2009
Il posto degli incontri, 2009
Il silenzio, 2009

Vari sono i dipinti a grandi dimensioni già compiuti , altri tutt’ora in corso.
Vi si colgono novazioni e imprescindibili sedimenti di memoria, tra cui i riferimenti oggettuali del periodo giovanile “matissiano” (seppur dimentichi delle veemenze fauve), come Oggetti davanti a una finestra del 2011 (accanto riprodotto). Finestra che, drappeggiata da una tenda, permane come elemento di fuga, provvidenziale “tassello-colore” che non significa soltanto uscire sullo “spazio-mondo” del fuori.
Un soggetto che attualmente assorbe quasi totalmente l’artista, elaborato in grandi dimensioni attraverso varianti, con la dislocazione degli oggetti o, per meglio dire, delle loro pure astrazioni cromatiche. Dipinti che rispetto agli analoghi soggetti precedenti si differenziano per nuove impaginazioni di racconto e nuove soluzioni spaziali.
Le taches dei “colori-oggetti” opportunamente dosate nello spazio, contrastano astrattamente su un fondale non più perlaceo ma oscuro, in calibrati rapporti spaziali che riportano la terza dimensione.

Opere di grande suggestione, dove il frugare tra i singoli elementi significa riscoprire intatta quella poesia dei colori e degli “equilibri” già indicati da Roberta Barsanti, qui assurti per elaborazione spaziale a pura astrazione lirica.
E’ questa l’attuale frontiera di ricerca di Massimo vinattieri. Una ricerca attenta e ponderata, com’è nella natura di questo artista solitario, che per il proprio metabolismo riflessivo verrebbe da paragonare alla tartaruga: la quale, nel suo lento procedere, conosce i segreti del bosco assai meglio della lepre.


“Dalla ‘febbre’ cromatica all’astrazione lirica” – Collana ARTE MONOGRAFIE 31
Presentazione di Marco Moretti – Masso delle Fate Edizioni – 2011